Proponiamo l’intervista a Nello Musumeci (nella foto) apparsa qualche giorno fa sul quotidiano regionale “La Sicilia”.
«Altro che veline e letterine, lustrini e tailleur generosi. All’Europarlamento occorre intanto competenza, esperienza. Perché si tratta di decidere cosa fare dell’Europa, se pensare "solo" a una grande potenza economica oppure a un soggetto politico forte in grado di incidere sullo scacchiere internazionale. Se affidarsi a lobbisti e mercanti o se invece recuperare spazio alla politica. Se difendere l’identità cristiana dell’Europa, il crocifisso come segno di civiltà prima ancora che di fede». Nello Musumeci, catanese di Militello, europarlamentare longevo, in corsa col cartello formato da Mpa-La Destra-Pensionati per il quarto mandato, lo rimarca con quella pacata passione - che parli dell’ammissione della Turchia nell’Ue o delle buche in via Palermo - che ne ha fatto un reuccio del consenso, un uomo di parte ma apprezzato trasversalmente. E sottolinea, soprattutto, che la Sicilia ha specificità che non possono essere delegate alla cieca. Per questo si rimette in gioco. Dalle Europee del ’94 a queste del 2009 passando per le tornate del ’99 e del 2004. Contesti, tempi politici diversissimi fra loro. «Vero», riflette Musumeci accarezzandosi l’amato pizzetto. «Nel ’94, appena eletto presidente della Provincia di Catania, fu Pinuccio Tatarella a candidarmi; nel ’99 la rielezione apparve facile, mentre nel 2004 dovetti affrontare anche il "fuoco amico"; ero solo contro tutti. Fu un trionfo: 117mila preferenze». Molta acqua è passata sotto i ponti della politica, da allora. An non c’è più da un mese, per Musumeci non c’era più già dal 2005. Per lui ci furono da subito dopo le istanze autonomiste, sotto le insegne di Alleanza Siciliana poi allargate a quelle de La Destra di Storace, incontrandosi su questa strada con il Mpa di Raffaele Lombardo. «La lista per le Europee non è un cartello elettorale, ma il naturale sbocco di un comune sentire su tanti valori: l’autonomia, intanto, ma non solo. Con approcci diversi, certo: sturziani e centristi per Lombardo, nazionali e sociali per noi». Una forte caratterizzazione siciliana, dunque, per contare di più in Europa?«La Sicilia ha specificità che vanno difese. La nostra marineria non può essere difesa da una politica della pesca che è fatta per il Baltico. Lo stesso vale per l’agricoltura che sconta errori antichi e recenti, come l’accordo del ’96 col Marocco: l’Italia accettava di fare entrare sui nostri mercati prodotti ortofrutticoli nordafricani, in cambio di commesse industriali. D’altronde il ministro degli Esteri di quel governo Dini era Susanna Agnelli…». Si vota a un anno dal 2010, anno fatidico dell’area di libero scambio nel Mediterraneo. La Sicilia appare in ritardo.«Sono gli indici Eurostat a dirlo. Dalle infrastrutture al sistema del credito, scontiamo molti errori. Paghiamo soprattutto la mancanza di una politica degli obiettivi. In questo senso il Ponte sullo Stretto deve costituire uno stimolo per ridare alla Sicilia un ruolo da protagonista nel Mediterraneo. Altrimenti dal 2010 vivremo una guerra fra poveri». Peraltro la Sicilia dal 2013 non sarà più Obiettivo 1, l’Europa guarda a Est, arriveranno meno fondi… «Sì, ma non è un problema di quantità di fondi. Il nodo è la qualità progettuale con cui gestire le risorse. Non basta dire che si è speso l’80% dei fondi strutturali, bisogna vedere come sono stati spesi: per progetti con dinamiche di sviluppo o per soddisfare interessi di campanile. Intanto il mondo cambia ma la burocrazia no. Il Quadro Comunitario va dal 2007 al 2013 ma dopo due anni non è stato ancora pubblicato alcun bando». Dall’Europa alla Regione il passo è obbligato. «Ci sono molte cose che non vanno, per questo occorre una coraggiosa politica riformatrice; quella che sta tentando Lombardo. Certo, il braccio di ferro fra le componenti della maggioranza non giova. Spero in una ritrovata serenità; è l’augurio che rivolgo anche a Castiglione per il suo nuovo incarico di coordinatore regionale del Pdl». La politica delle alleanze non è mai stata facile. Anche la vostra alleanza con Lombardo ha avuto alti e bassi.«Non ci trovammo d’accordo nelle Regionali del 2006, ma il nostro cammino parallelo cominciò prima, con le istanze autonomiste portate avanti da me dentro An, da Lombardo nell’Udc. Oggi la convergenza con il Mpa è su molti punti. Una piattaforma politica ampia, che può aggregare consensi anche a Sinistra e che dopo l’Europee può approdare a un nuovo soggetto politico: l’Italia delle Autonomie, bello no?». Intanto dovete superare lo scoglio del 4%...«Siamo ottimisti, costituiamo un elemento di novità. In Sicilia la lista è forte, con una competitività interna che farà bene, ma abbiamo risorse importanti non solo nel Lazio, in casa di Storace». Lei alle Europee è alleato di Lombardo. Al Comune di Catania è feroce oppositore del sindaco Stancanelli, contro il quale si candidò sfiorando il ballottaggio, e che ora governa la città con il Mpa. Imbarazzi? «Nessuno. Una cosa è l’Europa, un’altra la politica locale. Le posizioni consolidate meritano rispetto reciproco. Possono esserci alleanze diverse se diversi sono i piani, ruoli, i contesti. Soprattutto non devono esserci ipocrisie, ammiccamenti, operazioni sottobanco. Se si è in maggioranza occorre lealtà, se si è all’opposizione bisogna essere severi. E al Comune di Catania la mia opposizione è netta. I catanesi hanno scelto Stancanelli? A lui tocca guidare la città, a noi controllare». Come sta Catania? «Male. Al di là della crisi finanziaria del Comune, la vera emergenza è la perdita di identità. Noto, specie tra i giovani, un senso di inappartenenza che mi fa paura: vivono a Catania come potrebbero vivere da qualsiasi altra parte. E non vedono l’ora di andare via. Il solo momento unificante è la festa di Sant’Agata. Con tutto il rispetto non può bastare. Occorre altro, occorre sapere interpretare l’anima di questa città dissacrante e ruffiana».
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